Radere al suolo Tor Bella Monaca


Proposta choc a Cortina. Ma su Corviale il sindaco boccia l'idea di Buontempo di demolire il serpentone

ROMA - La nuova proposta choc di Gianni Alemanno è arrivata dalle Dolomiti. E cioè dallo stesso palco della manifestazione Cortina Incontra, dove appena una settimana fa aveva lanciato l’idea, poi contestata anche da una parte del centrodestra, di tassare i cortei che attraversano la Capitale. Stavolta il sindaco ha cambiato argomento: «Vogliamo demolire Tor Bella Monaca», ha detto. Un’annuncio che non mancherà di scatenare polemiche. E che per adesso ha scatenato sorpresa e stupore, ma anche ironia: «Ma come? Appena eletto ha detto che voleva spostare la teca di Meier dell’Ara Pacis a Tor Bella Monaca? Adesso vuole buttare giù il quartiere? Non ha le idee molto chiare», hanno scherzato dal centrosinistra.

Il progetto Alemanno vorrebbe trovare dei terreni vicino a Tor Bella Monaca per costruire nuove abitazioni Nella foto a sinistra, Teodoro Buontempo, assessore regionale alla Casa Come riferisce l’agenzia di stampa Omniroma, il sindaco stava partecipando al dibattito «Estetica della città», quando il moderatore gli ha chiesto su quale parte di Roma si potrebbe intervenire con un drastico intervento di riqualificazione. E Alemanno, dopo averci pensato qualche secondo, ha risposto: «Sicuramente Tor Bella Monaca va demolita, rasa al suolo, non tanto Corviale, che è un altro discorso. A Tor Bella Monaca ci sono case costruite con un sistema di prefabbricazione in cui piove dentro», ha detto. E poi: «Se abbiamo terreni e aree per costruire affianco un nuovo quartiere a Tor Bella Monaca per permettere alle persone che lì abitano di spostarsi, sarebbe una scelta popolare. Chi vive dentro quelle case non vive bene e vorrebbe spostarsi».

Alemanno prima dell’annuncio choc ha affermato che «oggi con le ultime sentenze della Corte Costituzionale espropriare costa troppo. Siamo passati dall'assoluta massificazione degli anni passati a meccanismi oggi troppo restrittivi: è necessaria una nuova legge urbanistica complessiva che consenta di costruire dove c'è bisogno e non solo dove c'è interesse di privato e di società immobiliari, se no continueremo ad avere città che si espandono in zona agricola. È necessario invece demolire e ricostruire ampie aree della città, recuperando anche terreno urbano». E ancora: «A Roma ci sono molte aree delle 167 che sono autentiche cisti urbane, penso al Tiburtino 3 e altre zone». Come appunto Tor Bella Monaca.

L’idea di Alemanno, che per adesso non sembra supportata da progetti concreti di intervento, rischia di aprire un nuovo fronte di polemica interno al centrodestra. Teodoro Buontempo, grintoso assessore regionale alla Casa nella giunta guidata da Renata Polverini, appena insediato ha illustrato come uno degli obiettivi programmatici l’abbattimento del «serpentone» di Corviale e la ricostruzione di nuovo unità residenziali per gli abitanti della zona. Un progetto chiaramente in contrasto con l’idea appena annunciata dal sindaco, che ha invece escluso proprio l’abbattimento di Corviale.

L’ultimo saluto di Francesco Cossiga all’Italia – La lettera a Fini


Pubblichiamo la lettera che il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, prima di morire, ha stabilito che venisse inviata al presidente della Camera, Gianfranco Fini.

“Signor Presidente, nel momento in cui nella fede cristiana lascio questa vita, il mio pensiero va alla Camera dei deputati, nella quale, per voto del popolo sardo, entrai nel 1958 e fui confermato fino al 1983, anno in cui fui eletto senatore. Fu per me un grandissimo e distinto privilegio far parte del Parlamento nazionale e servire in esso il Popolo, sovrano della nostra Repubblica. Professo la mia fede repubblicana e democratica, da liberaldemocratico, cristianodemocratico, autonomista-riformista per uno Stato costituzionale e di diritto. Professo la mia fede nel Parlamento espressione rappresentativa della sovranità popolare, che è la volontà dei cittadini che nessun limite ha se non nella legge naturale, nei principi democratici, nella tutela delle minoranze religiose, nazionali, linguistiche e politiche. Ringrazio i parlamentari tutti per il concorso che in tutti questi anni hanno dato con l’adesione o con l’opposizione, con l’approvazione o con la critica alla mia opera di politica. A tutti i deputati e a Lei, Signor Presidente, l’augurio di un impegnato lavoro al servizio della libertà, della pace, del progresso del popolo italiano. Dio protegga l’Italia. Con cordiale amicizia, Francesco Cossiga”.

Addio Presidente…


Riportiamo dal sito di giovani.generazioneitalia.it un articolo che ricorda il Presidente Cossiga.

Se n’è andato anche lui. Nel primo pomeriggio di oggi ci ha lasciato il presidente emerito della Repubblica, il senatore a vita Francesco Cossiga, da tempo ricoverato per un grave malore al policlinico Gemelli di Roma. Nato a Sassari 82 anni fa, ebbe fin da giovane una rampante carriera politica all’interno della Democrazia Cristiana. L’appellativo di picconatore gli viene da quando, presidente della Repubblica sul finire degli anni ’80, dichiarò in un’intervista televisiva di voler dare delle picconate al sistema politico, che a breve sarebbe stato coinvolto nei torbidi scandali di tangentopoli. Ma la fermezza, a volte anche controversa, fu senz’altro uno dei tratti peculiari della sua carriera politica, fin dai tempi delle rivolte studentesche del ’77, che spense, da ministro dell’interno con l’utilizzo delle forze dell’ordine – di cui fu un grande innovatore, creando i corpi speciali dei NOCS e del GIS – continuando per tangentopoli e sul caso Moro. Tuttavia quando Moro venne ucciso, Cossiga si pentì della linea dura e si dimise dal suo incarico. Uomo con tante luci, ma anche tante ombre, controverso come solo i grandi personaggi della politica riescono ad essere, non fuggì mai dai processi, e ogniqualvolta ci fosse una qualche responsabilità da prendersi, non si nascose mai. Titolare di due governi, ministro e sottosegretario, la sua figura, insieme a quella del compagno-rivale Giulio Andreotti, corre parallela alla storia della nostra nazione dal dopoguerra ad oggi, sopravvivendo al crollo della prima repubblica. Pur avendo contribuito molto alle fondamenta culturali del centrodestra italiano, nutrì una spiccata simpatia per il suo predecessore al Quirinale Sandro Pertini e per Massimo D’Alema, ed era lontano parente del rivale Enrico Berlinguer. Alla sfaldatura della DC e alla caduta del primo governo Prodi, il suo contributo alla creazione del governo D’Alema fu fondamentale. Curioso ricordare che, ironizzando sulla leggenda del cannibalismo comunista, regalò al novello presidente del consiglio un bambino di zucchero. Una mente fina, la sua, fatta di precoci successi scolastici – maturità a 16 anni e laurea già a 19 – e di quelle battute lapidarie e sagaci tipiche dei membri della Democrazia Cristiana. Questa precocità dovrebbe spronare i giovani che fanno politica a impegnarsi, dal momento che fu il più giovane sottosegretario, ministro, presidente del Senato e della Repubblica della storia. Un personaggio che verrà ricordato a lungo nella storia della politica italiana ed europea, Errori riconosciuti, altri no, l’amarezza e la sofferenza che solo la politica possono portare, ma anche tanto orgoglio, tanto talento e tanto lavoro duro, e soprattutto, tante picconate. Questo era Francesco Cossiga. Della sua figura si discuta pure, ma non oggi. Oggi se ne va un pezzo della nostra Repubblica.

Il ruolo storico di Gianfranco Fini


di Gianluca Sadun Bordoni

La crisi che si è aperta nel centro-destra ha una portata, e avrà delle conseguenze, più radicali di tutte quelle che l’hanno preceduta. Ogni paragone, anche quello con la rottura tra Berlusconi e Bossi nel ’94, è improprio, e non aiuta a comprendere lo scenario che ora si apre. La differenza fondamentale è che ora siamo alla fine, non all’inizio, del ciclo politico berlusconiano. Il che non significa sottovalutare le residue energie politiche di Berlusconi, ma l’accelerazione della crisi e la durezza dello strappo indicano che egli ha compreso che il tempo, ormai, lavora contro di lui. Gli indizi, del resto, andavano moltiplicandosi. I segni dello smottamento interno al Pdl erano ormai numerosi, al di là di Fini, al centro come in periferia. La crisi economica ha imposto una manovra impopolare, e ha sepolto qualsiasi velleità di riforme fiscali. Lo stesso cammino del federalismo – e quindi il rapporto con la Lega – appare irto di difficoltà impreviste. L’assedio delle procure non cessa, e l’appello al garantismo – caso Scaiola docet – appare spesso insufficiente. Alle grandi riforme ormai non crede più nessuno, nemmeno Berlusconi. Ora siamo al paradosso che si oscilla tra l’annuncio di grandi progetti di riforme costituzionali e l’ipotesi esplicita del voto anticipato! E proprio qui sta il punto. Siamo tra coloro che credono che Berlusconi punti al voto anticipato. Crediamo ciò sulla base di un ragionamento elementare: se Berlusconi ha deciso di rompere, in modo così plateale ed illiberale, con Fini, è perché non intendeva più tollerare quello che a lui appariva come un logoramento continuo della sua immagine di leader incontrastato, di dominus senza rivali del centro-destra. Il progetto del Pdl, come evidentemente lo intende Berlusconi, doveva significare il passaggio dalla ‘casa’ delle libertà, della quale egli era leader ma non padrone, al ‘popolo’ della libertà, di cui viceversa Berlusconi si considera il fiduciario assoluto (se non proprio il padrone). Troppi, invece, erano ormai i segnali che questa visione del Pdl, e della sua personale leadership, non erano più indiscusse. Ma se tutto questo è vero, allora è impensabile che Berlusconi accetti ora, per i prossimi mesi, un processo di logoramento costante del governo, affidato ormai ad una maggioranza sempre più incerta, e perciò costretto, se vuole sopravvivere, a negoziare su ogni questione politicamente rilevante: con Tremonti e la Lega, per ciò che attiene al rigore economico e al federalismo; con Fini e i finiani, per ciò che attiene a legalità e coesione nazionale; con il Colle e la Consulta, per i profili di costituzionalità delle leggi sulla giustizia e così via. Nonostante la grande incognita della Lega, è verosimile che Berlusconi abbia deciso di far saltare tutto, andando alla resa dei conti, prima che una possibile alternativa abbia il tempo di materializzarsi, o che la fronda interna si allarghi. Forse garantendo alla Lega l’attuazione del federalismo, dunque promettendo di attendere la primavera – sapendo però bene che essa appare al momento davvero lontana… Non è naturalmente detto che il piano riesca. Casini ha insinuato più volte che, se cade il governo, un altro si trova in dieci minuti. Il ribaltone non è però certo lo scenario favorito di chi crede nel bipolarismo, e solo circostanza particolari e gravi, per ora non visibili, potrebbero indurre ad appoggiarlo. Il nuovo gruppo parlamentare: “Futuro e libertà per l’Italia”, ha in tal senso giustamente garantito lealtà al governo che gli italiani hanno votato, almeno fino a quando il governo resterà fedele a se stesso e al programma per il quale è stato votato. Il battesimo politico del nuovo partito non può certo essere il ribaltone. Inizia dunque una difficile partita di nervi, in cui occorrerà stare attenti a non offrire pretesti di rottura al governo, specie su punti qualificanti del programma, ma in cui al tempo stesso sarà necessario difendere le ragioni che ci hanno indotti a questa difficile scelta politica, e lavorare alla costruzione di un diverso scenario, che muova dal presupposto che il ciclo politico berlusconiano è giunto alla fine. La chiave di volta di questo difficile esercizio consiste nel sottolineare le promesse non mantenute di Berlusconi: è lui, in fondo, a non aver rispettato il programma originario del centro-destra. E’ ormai chiaro, dopo quindici anni, che, con Berlusconi, le grandi riforme di cui il paese ha bisogno non saranno attuate mai. Occorre tuttavia essere consapevoli che la fine del berlusconismo potrà essere sancita solo dal responso delle urne. Berlusconi deve essere battuto sul campo di battaglia elettorale, e non attraverso giochi di palazzo. E sebbene non pochi sostengano il contrario, non possiamo dubitare che nel prossimo confronto elettorale Berlusconi e Fini saranno sui due lati opposti della barricata: non si capisce come chi è stato espulso dal Pdl per incompatibilità con i suoi principi, possa poi tornare ad esserne un alleato elettorale. La rottura, come l’ha voluta Berlusconi, è definitiva ed insanabile. Il ruolo storico di Fini è ora quello di porre fine al ciclo politico berlusconiano, aprendo una fase che possa condurre davvero alla Seconda Repubblica, promessa non mantenuta del berlusconismo. Occorre dunque lavorare alla costruzione di un nuovo orizzonte, che guardi oltre Berlusconi. Il che significa costruire un nuovo soggetto politico, ma anche una nuova coalizione. In tal senso, quelle convergenze che sarebbero sleali in uno scenario di ribaltone, potrebbero indicare una ragionevole fase di transizione politica se suffragate dal responso elettorale. E’ in altri termini possibile che la chiusura di questa fase comunque storica della vita politica italiana richieda un passaggio intermedio, che veda unite le forze democratiche e riformiste in un ‘patto repubblicano’, che assicuri una transizione non convulsa ad una nuova fase politica. L’architrave di questo patto repubblicano dovrebbe essere il progetto di una ‘legislatura costituente’, in cui forze anche diverse, nel perimetro del riformismo democratico, concorrano a ridisegnare quelle istituzioni, che Berlusconi continua a promettere – o minacciare – di cambiare, da quindici anni, senza esito alcuno. Una riforma organica, che abbia al suo centro l’elezione diretta del capo dello Stato, secondo il modello francese, come necessario riequilibrio del federalismo, e che naturalmente contempli una legge elettorale a tale modello conforme, ovvero maggioritaria a due turni. E’ un’ipotesi su cui, nel tempo, persino importanti leader della sinistra democratica si erano mostrati disponibili. Il varo di queste grandi riforme garantirebbe la nascita effettiva di quella ‘Seconda Repubblica’, che Berlusconi non è riuscito a partorire, e segnerebbe, con la forza di una cesura storica, la fine del ciclo politico berlusconiano. E’ questo il terreno della sfida. Fini ha varcato il Rubicone, e ora lo attende la battaglia politica più importante della sua vita.
Riportiamo dal sito di GenerazioneItalia una parte del discorso del Presidente Fini in conferenza stampa

“Ieri sera in due ore senza poter esprimere le mie ragioni sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare perchè ritenuto colpevole di, e leggo il documento che è stato approvato ieri sera, ’stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del governo, critica demolitoria alle decisioni del partito, attacco sistematico al ruolo e alla figura del premier’, inoltre avrei ‘costantemente formulato orientamenti’ perfino, pensate che misfatto, ‘proposte di legge che confliggono con il programma elettorale’. La concezione non propriamente liberale della democrazia che l’onorevole Berlusconi dimostra di avere emerge anche dall’invito a dimettermi perchè, sempre parole del documento, ‘allo stato è venuta meno la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni’. Ovviamente non darò le dimissioni perchè è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione della attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato, consiglio di amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni democratiche. Ringrazio i tantissimi cittadini che in queste ore, comunque difficili, mi hanno manifestato la loro solidarietà e mi hanno invitato a continuare nella difesa di valori irrinunciabili quali l’amor di patria, la coesione nazionale, la giustizia sociale, la legalità. Legalità intesa nel senso più pieno del termine, cioè lotta al crimine, come meritoriamente sta facendo il governo, ma anche legalità intesa come etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole. E’ un impegno che avverto come preciso dovere, anche per onorare il patto con quei milioni di elettori del Pdl, onesti, grati alla magistratura e alle forze dell’ordine che non capiscono perchè nel nostro partito il garantismo, principio sacrosanto, significhi troppo spesso pretesa di impunità. Infine ringrazio dal più profondo del cuore, i parlamentari del Pdl che nelle prossime ore daranno vita ad iniziative per esprimere la loro protesta per quanto deciso ieri dal vertice del partito. Sono donne e uomini liberi che sosterranno lealmente il governo ogni qualvolta agirà davvero nel solco del programma elettorale. E che non esiteranno a contrastare scelte dell’esecutivo ritenute ingiuste o lesive dell’interesse generale. Ieri è stata scritta una brutta pagina per il centrodestra e più in generale per la politica italiana. Ciò tuttavia non ci impedirà di preservare i valori autenticamente liberali e riformisti del Pdl e di continuare a costruire un futuro di liberta per la nostra Italia. Grazie”.

Dalla rivoluzione liberale alle liturgie comuniste


“Berlusconi pagherà un prezzo notevole perché è brutta l’immagine di un leader politico che caccia una persona che dice di pensarla in modo diverso da lui e di voler continuare lealmente a collaborare dentro lo stesso partito. Per Berlusconi sarà sempre più difficile porsi come lo stabilizzatore e il riformatore politico di questo Paese e come “rassembleur”: questa è una scelta che lo condanna di nuovo a un’immagine di forte faziosità e di populismo spinto”, dice oggi Giuliano Ferrara intervistato dal Corriere della Sera.
“Il dissenso è ufficialmente bandito. Il monolitismo del Pdl è salvo. Il Partito mistico e sacro amputa l`infezione eretica e si sottomette alla volontà unica e insindacabile del Capo carismatico. Finisce una storia, un matrimonio. Una rivoluzione che doveva essere liberale e si consuma mimando le liturgie epuratrici dei partiti comunisti. Nasce l’epoca dei probiviri buttafuori. Nel «Libro nero» si chiamavano Commissioni Centrali di Controllo. Ma quello era il teatrino della politica“. Pierluigi Battista, oggi nel suo editoriale sul “Corriere della Sera“.
Aggiungere altro è davvero difficile. Inizia una nuova avventura. Nel nome della Libertà. Destinazione futuro.

La differenza tra Fini e Berlusconi


Riportiamo dal sito di GenerazioneItalia un articolo dell'On. Italo Bocchino

E’ il senso di responsabilità la vera differenza tra lo statista e il politicante.
Gianfranco Fini, con la sua intervista al Foglio (che riportiamo integralmente qui sotto) ha dimostrato di avere a cuore l’interesse della Nazione e il grande partito degli italiani che ha contribuito a fondare.
Fini si è detto disponibile a stilare un nuovo patto, resettare tutto e guardare avanti senza commettere gli errori del passato.
Il Presidente della Camera ha posto cinque grandi questioni per costruire un nuovo centrodestra:
- Un nuovo patto di fine Legislatura e un nuovo programma
- Gli Stati generali dell’economia per rilanciare il Paese e renderlo maggiormente competito nello scenario internazionale
- Un codice etico per il Pdl
- Una Commissione per studiare la compatibilità del federalismo con i conti pubblici e la coesione nazionale
- L’azzeramento dell’organigramma di partito.
Da parte d Fini c’è stato un atto di grande responsabilità nei confronti della Nazione e degli elettori. Non sappiamo se dinanzi a questo atto ci sarà una risposta conseguente o l’ennesima dimostrazione di arroganza muscolare.
Siamo comunque sicuri di una cosa: qualunque cosa accadrà, resterà traccia nella storia del nostro paese di chi ha lavorato nell’interesse dell’Italia e degli italiani.

Da “IL FOGLIO” di giovedì 29 luglio 2010
Caro Cav. deponiamo le armi, dice Fini. Conversazione con il presidente della Camera, che invita Berlusconi a”resettare tutto senza risentimenti”. Perché “non abbiamo il dovere di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno con gli italiani.
Roma. “Resettare tutto, senza risentimenti”:con questa formula esordisce in una breve conversazione serale con il Foglio Gianfranco Fini, presidente della Camera, leader di una componente del Pdl con la quale la maggioranza berlusconiana è in rotta aperta dopo mesi di roventi polemiche. Che cosa vuoi dire, presidente? `Vuol dire che Berlusconi ed io non abbiamo il dovere di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani.

Per questo ci tocca il compito, anche in nome di una storia comune non banale, di deporre i pregiudizi, di mettere da parte carattere e orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie. E` l`unica via per evitare che una deflagrazione senza senso si porti via, tra le macerie di un partito e di una esperienza dì governo, la credibilità del centrodestra,prima di tutto nella testa e nel cuore di quanti ci hanno seguito e dato il mandato di rappresentarli. Non ci sarebbero né vinti né vincitori, alla fine della mattanza. Quando dico che si deve chiudere una pagina conflittuale e aprirne una nuova, non faccio appello ai sentimenti, di cui non nego l`esistenza e che hanno la loro importanza per molti di noi; non esibisco né chiedo ipocrisie, faccio invece appello alla ragione, ai fatti, all`analisi politica e alle basi pubbliche e discorsive, intessute di dialogo e di capacità di riflessione comune, di qualunque possibile fiducia tra diverse leadership”.

Osserviamo a Fini che Berlusconi dice di sentire minacciata l`unità del Popolo della libertà e la capacità d`azione del governo, perché sostiene che gli amici politici del presidente della Camera e lui stesso sono passati dal dissenso a una aspra e irrispettosa opposizione sistematica verso di lui come capo dell`esecutivo e presidente dei partito. “Nessuno dei miei amici, tantomeno io, ha mai messo in discussione la leadership di Berlusconi nel partito e nel governo.

Il che non significa, tanto più in tempi così turbolenti e gravidi di incognite, rinunciare alle proprie idee”.

Discutiamo con spirito liberale Come si supera un conflitto tanto duro? “Si prendono le questioni politiche in campo e si discute con spirito liberale, con pazienza, con umiltà e se necessario anche con fervore, ma senza retropensieri, senza farsi condizionare dalle ombre del caratte- re: lo dico per i miei interlocutori e anche per me stesso, naturalmente”.

Da che cosa si parte per resettare? ” L`economia e la condizione della società italiana sono il primo punto. Bersani oggi alla Camera è stato da questo punto di vista convincente: c`è un paese reale che deve essere rappresentato fino in fondo, ci sono problemi sociali, dal mercato del lavoro alle relazioni sindacali, che vanno affrontati con giudizio, ci sono categorie da ascoltare e alle quali fornire risposte, c`è da immaginare di nuovo la condizione in cui il paese possa tornare a crescere e a produrre una ricchezza da dividere. Non mi pare che il leader del maggior partito di opposizione voglia avallare un ritorno agli aspetti più radicali ed estremi di una politica che si illuda di risolvere nei processi e nelle indagini della magistratura i propri problemi.

Se Berlusconi prendesse lui stesso l`iniziativa di grandi Assise per la crescita del paese, lui che di economia ne capisce e che la vive sulla sua pelle di imprenditore, faremmo fare un passo avanti decisivo a tutta la discussione pubblica in atto, e ci sintonizzeremmo con tanta gente che è in ansia e vuole veder risolti i suoi problemi. Non possiamo limitarci a difendere, in modo secondo me sbagliato, gli interessi di chi ha adottato comportamenti antieuropei nel mercato del latte”.

Fini vuole ripartire dalle questioni poste nella direzione, l`unica finora svolta da parte del Pdl. “Ma per resettare, ripeto, non per replicare. Sono due cose diverse. Sono l`una l`opposto dell`altra. E credo che a Berlusconi piacerebbe riacquistare un ruolo centrale di regia per Palazzo Chigi sul tema della crescita, senza che questo significhi emarginazione di un ministro come Tremonti, che ha segnato alcuni successi importanti. Così anche nei rapporti con la Lega: non è punitivo per Bassi che il Pdl riapra una discussione sul federalismo fiscale, con lo scopo di associare governatori e sindaci di tutto il paese alla decisione su quel che si dovrà fare, una decisione che non può pesare solo sulle spalle di Tremonti e Calderoli”.

Opponiamo a Fini un`impressione diffusa, che sia ormai molto più la questione del potere nel partito e quella del rapporto tra legalità e garantismo a dividere i quadri, le truppe e il corpo di base del Pdl. Fini non respinge l`osservazione, ma precisa: “Non tutti i problemi vengono dalle posizioni che ho espresso e che alcuni miei amici nel partito hanno espresso. In Sicilia è una specie di caos politico. A Latina e a Reggio Calabria emergono divisioni profonde ai massimi livelli amministrativi. Un partito deve costruire un suo baricentro, inventarsi un modo per convivere, deve sentirsi diretto entro uno sforzo comune. Anche qui si può resettare tutto, e senza risentimenti.

Berlusconi non ha nelle sue corde il “modello partito”, questo lo so, ma non c`è conflitto tra la sua leadership e un maggiore ordine politico nel Pdl. E a questo si collega anche il fattore della `questione morale`, espressione che per la verità non amo e sa di moralismo vecchio stile, magari di moralismo politicizzato, il peggiore. Vede, garantismo e legalità non sono in conflitto. La mia solidarietà verso chiunque sia colpito da gogna mediatica e da accanimenti palesi è di antica data, e resta intatta, A Napoli ho parlato della stranezza del comportamento di un sottosegretario che si dimette senza avvertire l`opportunità di dimettersi anche da coordinatore regionale: ho invece letto il giorno dopo sul Giornale di famiglia che avevo chiesto la testa di Silvio Berlusconi.

Certo che se poi gli ultras, sempre nemici di ogni buon compromesso politico, riportano al capo che io voglio fare un repulisti giustizialista. allora prevale la logica degli anatemi. Non è possibile equivocare la mia posizione: io ho radici e appartenenza culturali e politiche chiare. Qui sto e qui resto, in ogni senso. Nel senso dello schieramento e delle idee portanti. Poi, certo, penso che dovremmo discutere seriamente di un codice etico, riflettere seriamente su quanto detto ieri dal neopresidente della Corte dei conti, del disegno di legge contro la corruzione, e penso che tutto ciò sia nell`interesse comune di un`impresa comune, quindi anche nell`interesse di Berlusconi. D`altra parte, se la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno e il ministro Guardasigilli Angelino Alfano si accordano su un testo che libera il governo e la maggioranza dall`assedio, che fa respirare il potere e la libertà del Parlamento, vuol dire che due teste pensano meglio di una, ed è questo che dobbiamo valorizzare. So bene che Roberto Maroni e gli altri uomini di punta del Viminale stanno facendo un lavoro di immensa importanza per la legalità, quella vera, non quella fatta di sole parole. Se avessi dubbi radicali, se davvero fossi sfiduciato e amaro, non direi, anche sulle questioni della legalità, che si può e si deve resettare tutto, per scrivere un nuovo capitolo con un minimo di ottimismo”.