Se la colpa di Fini è aver parlato di Legalità…


Riportiamo un interessante articolo di Giuseppe Valditara dal sito di GenerazioneItalia

Una delle differenze più rilevanti fra prima e seconda repubblica è la diversa valutazione dei comportamenti etici della politica. E’ opinione diffusa che nella prima repubblica la corruzione servisse soprattutto per arricchire i partiti di riferimento, lasciando peraltro nelle tasche dei politici avanzi non di poco conto. Oggi, essendo i partiti strutture più leggere, la corruzione è esclusivamente a favore del singolo. Questa differenza, di per sè non marginale, è senz’altro di minor rilievo rispetto ad un’altra. Nella prima repubblica ogni politico, anche il più corrotto, si sentiva in dovere di condannare il malaffare. Nessun democristiano, nessun socialista, anche il più compromesso in vicende affaristiche, avrebbe mai difeso in pubblico i corrotti, nè avrebbe mai dichiarato che non devono essere cacciati dalla politica. Questo atteggiamento psicologico, che ad alcuni sembrerà ipocrita, aveva però la importante conseguenza che la corruzione era pubblicamente disprezzata, che nessuno avrebbe mai potuto prendere esempio da un corrotto, e che dunque il senso etico era salvaguardato. Naturale conseguenza di ciò furono le dimissioni di massa di centinaia di politici coinvolti in Tangentopoli. Va detto che, tranne forse poche eccezioni, quei politici non furono vittime di una persecuzione giudiziaria e tuttavia ebbero il merito di sentirsi in dovere di dimettersi, in molti casi addirittura al semplice arrivo di un avviso di garanzia. I politici condannati sparirono quasi tutti dalla scena, l’eccezione più nota è, per paradosso, quella di Umberto Bossi. Oggi, caso unico fra le democrazie occidentali, in Italia una condanna penale non è mai causa di dimissioni, anzi più si è inquisiti e più si acquisiscono meriti e si ricevono nuovi incarichi. D’altro canto nella prima repubblica a nessuno passò per la testa di cambiare le leggi per salvare una intera classe dirigente, che, sia detto per inciso, aveva rovinato, non meno di certo sindacato, i conti dello Stato e l’efficienza della nostra pubblica amministrazione. Nemmeno un caso Brancher sarebbe mai stato possibile nella cosiddetta prima repubblica. Parallelamente, anche la coscienza popolare sembra oggi più rilassata o quanto meno più rassegnata. Questa involuzione etica trova nelle vicende degli ultimi mesi una singolare conferma. Molti autorevoli politici ebbero a commentare il caso Scajola in modo assai singolare: la colpa maggiore del ministro sarebbe stata quella di non essere stato sufficientemente “furbo”. E’ egualmente singolare che gli attacchi al presidente della Camera abbiano spesso un comune fondamento: non gli viene perdonato di aver parlato di legalità, di aver fatto il “moralista”, di aver detto che un politico non deve farsi corrompere, che deve guardare all’interesse generale della nazione. E’ il messaggio politico di Fini che ha infastidito così tanto coloro che erano riusciti ad addormentare le coscienze della gran parte degli italiani, coloro che ritengono che la morale sia un inutile e ipocrita impiccio. E’ proprio quel messaggio politico, volto a ridare al centrodestra la cultura della legalità e del rispetto delle regole, che tutte le persone per bene devono aver il coraggio di non lasciar cadere nel vuoto.

Festa Tricolore “Futuro e Libertà” di Torino


16 – 19 settembre
FESTA TRICOLORE Torino 16-17-18-19 Settembre 2010
Dehors estivo “ Perù” – Strada San Mauro 123- Torino

Programma della Festa:
16 settembre 2010
ore 17,30 Apertura della Festa
ore 18,00 Intervento On. Cristiana MUSCARDINI (Europarlamentare)
ore 19,00 Dibattito su “ Il superamento delle ideologie”
On. Fabio GRANATA, Prof. Sergio RODA (Vicerettore Università di Torino), modera Prof. Daniela SANTUS.
Ore 20,30 Cena Tricolore
Ore 21,30 Spettacolo Musicale

17 settembre 2010
ore 18,00 Dibattito su “ Europa e coesione Nazionale”
On. Salvatore TATARELLA (europarlamentare)
ore 19,00 Dibattito su “ Fisco e Attività Produttive”
On. Enzo RAISI, Sen. Giuseppe MENARDI
Ore 21,30 Spettacolo Musicale

18 settembre 2010
ore 18,00 Intervento On. Silvano MOFFA su “ Futuro e Liberta”
Ore 20,30 Cena Tricolore
Ore 21,30 Spettacolo Musicale

19 settembre 2010
ore 11,00 Incontro con Amministratori Locali
On Adolfo Urso, On. Maria Grazia Siliquini, Sen. Giuseppe MENARDI
Ore 12,30 Pranzo TRICOLORE
Ore 20,30 Cena Tricolore
Ore 21,30 Spettacolo Musicale ed esibizione dei Campioni del Mondo di Ballo Caraibico

Il profumo della libertà. E dell’alternativa


Dal sito di GenerazioneItalia di Gregorio Esposito

La condizione nazionale che avvolge il paese in questo contesto storico è senza dubbio sconcertante. In natura, un fenomeno del genere è visibile solo quando alle annunziate catastrofi naturali che possono colpire la nostra esistenza si accompagnano strane danze propiziatorie che sugli alti rami di maestosi arbusti inducono una strana tribù di scimmie allo sconvolgente movimento di tutta la foresta. Esse si agitano, urlano quasi a voler attirare l’attenzione di chissà quale fantomatica creatura salvatrice, e, mentre le ruspe dell’immoralità e dell’ illegalità travolgono e sradicano ogni assetto istituzionale di questo paese, la parte sana continua a lottare cercando di preservare tutto ciò che di buono è rimasto, evitando (in nome di un “buon senso” condiviso) di rimanere invano appesi ad un sottile ed inutile ramo di ginepro. Danzano le scimmie, non è chiaro se per protesta o per chissà quale previsione che, nel passaggio tra i rami secchi di questa democrazia sui generis, ne anticipa un prevedibile ed ulteriore dramma. Si scaccia l’intruso facendolo passare per estraneo perché dal cerchio ostile della sudditanza inconsapevole che disegna questa giungla ha tentato di preservare la propria coscienza in nome di una democrazia ancora viva e vitale. Le code di queste scimmie che sicure di esser ben ancorate ai rami secchi di una maggioranza caratterizzata da vuoti tronconi consenzienti, vacillano perché oggi ne intravedono una fine certa. Esse odono ormai il grido di chi per troppo tempo censurato politicamente ha trovato la forza per rappresentare i cittadini partendo da un sano dialogo politico che (almeno per una volta) mira al benessere del paese. Un’alternativa politica oggi c’è e si apre all’orizzonte di questa foresta abitata non già da creature pericolose come è facile pensare, ma, da un malcostume sociale che invece le governa. Una nuova generazione scendendo dai rami secchi di queste illusorie libertà ha iniziato la sua danza animandola di consensi che segnano la svolta politica. L’alternativa la costruiamo noi giorno per giorno, iscritto dopo iscritto, prendendo le distanze da quella tribù di scimmie che non ha mai smesso di danzare al passo pesante del signore della giungla. Un’ alternativa è ora possibile perché concretamente nell’aria ne sentiamo il profumo, e, mentre le piogge acide dell’avvelenata ingiustizia continuano e bagnano la morbida terra su cui oggi camminiamo, sugli alberi della speranza si coltivano i sogni di un orizzonte più chiaro per tutti e sicuramente meno inquinato di quello attuale. Vorremmo incontrare ancora una volta quella libertà che per la vita conduce l’uomo, ma, per essa, lo induce a costruire un futuro migliore.

Radere al suolo Tor Bella Monaca


Proposta choc a Cortina. Ma su Corviale il sindaco boccia l'idea di Buontempo di demolire il serpentone

ROMA - La nuova proposta choc di Gianni Alemanno è arrivata dalle Dolomiti. E cioè dallo stesso palco della manifestazione Cortina Incontra, dove appena una settimana fa aveva lanciato l’idea, poi contestata anche da una parte del centrodestra, di tassare i cortei che attraversano la Capitale. Stavolta il sindaco ha cambiato argomento: «Vogliamo demolire Tor Bella Monaca», ha detto. Un’annuncio che non mancherà di scatenare polemiche. E che per adesso ha scatenato sorpresa e stupore, ma anche ironia: «Ma come? Appena eletto ha detto che voleva spostare la teca di Meier dell’Ara Pacis a Tor Bella Monaca? Adesso vuole buttare giù il quartiere? Non ha le idee molto chiare», hanno scherzato dal centrosinistra.

Il progetto Alemanno vorrebbe trovare dei terreni vicino a Tor Bella Monaca per costruire nuove abitazioni Nella foto a sinistra, Teodoro Buontempo, assessore regionale alla Casa Come riferisce l’agenzia di stampa Omniroma, il sindaco stava partecipando al dibattito «Estetica della città», quando il moderatore gli ha chiesto su quale parte di Roma si potrebbe intervenire con un drastico intervento di riqualificazione. E Alemanno, dopo averci pensato qualche secondo, ha risposto: «Sicuramente Tor Bella Monaca va demolita, rasa al suolo, non tanto Corviale, che è un altro discorso. A Tor Bella Monaca ci sono case costruite con un sistema di prefabbricazione in cui piove dentro», ha detto. E poi: «Se abbiamo terreni e aree per costruire affianco un nuovo quartiere a Tor Bella Monaca per permettere alle persone che lì abitano di spostarsi, sarebbe una scelta popolare. Chi vive dentro quelle case non vive bene e vorrebbe spostarsi».

Alemanno prima dell’annuncio choc ha affermato che «oggi con le ultime sentenze della Corte Costituzionale espropriare costa troppo. Siamo passati dall'assoluta massificazione degli anni passati a meccanismi oggi troppo restrittivi: è necessaria una nuova legge urbanistica complessiva che consenta di costruire dove c'è bisogno e non solo dove c'è interesse di privato e di società immobiliari, se no continueremo ad avere città che si espandono in zona agricola. È necessario invece demolire e ricostruire ampie aree della città, recuperando anche terreno urbano». E ancora: «A Roma ci sono molte aree delle 167 che sono autentiche cisti urbane, penso al Tiburtino 3 e altre zone». Come appunto Tor Bella Monaca.

L’idea di Alemanno, che per adesso non sembra supportata da progetti concreti di intervento, rischia di aprire un nuovo fronte di polemica interno al centrodestra. Teodoro Buontempo, grintoso assessore regionale alla Casa nella giunta guidata da Renata Polverini, appena insediato ha illustrato come uno degli obiettivi programmatici l’abbattimento del «serpentone» di Corviale e la ricostruzione di nuovo unità residenziali per gli abitanti della zona. Un progetto chiaramente in contrasto con l’idea appena annunciata dal sindaco, che ha invece escluso proprio l’abbattimento di Corviale.

L’ultimo saluto di Francesco Cossiga all’Italia – La lettera a Fini


Pubblichiamo la lettera che il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, prima di morire, ha stabilito che venisse inviata al presidente della Camera, Gianfranco Fini.

“Signor Presidente, nel momento in cui nella fede cristiana lascio questa vita, il mio pensiero va alla Camera dei deputati, nella quale, per voto del popolo sardo, entrai nel 1958 e fui confermato fino al 1983, anno in cui fui eletto senatore. Fu per me un grandissimo e distinto privilegio far parte del Parlamento nazionale e servire in esso il Popolo, sovrano della nostra Repubblica. Professo la mia fede repubblicana e democratica, da liberaldemocratico, cristianodemocratico, autonomista-riformista per uno Stato costituzionale e di diritto. Professo la mia fede nel Parlamento espressione rappresentativa della sovranità popolare, che è la volontà dei cittadini che nessun limite ha se non nella legge naturale, nei principi democratici, nella tutela delle minoranze religiose, nazionali, linguistiche e politiche. Ringrazio i parlamentari tutti per il concorso che in tutti questi anni hanno dato con l’adesione o con l’opposizione, con l’approvazione o con la critica alla mia opera di politica. A tutti i deputati e a Lei, Signor Presidente, l’augurio di un impegnato lavoro al servizio della libertà, della pace, del progresso del popolo italiano. Dio protegga l’Italia. Con cordiale amicizia, Francesco Cossiga”.

Addio Presidente…


Riportiamo dal sito di giovani.generazioneitalia.it un articolo che ricorda il Presidente Cossiga.

Se n’è andato anche lui. Nel primo pomeriggio di oggi ci ha lasciato il presidente emerito della Repubblica, il senatore a vita Francesco Cossiga, da tempo ricoverato per un grave malore al policlinico Gemelli di Roma. Nato a Sassari 82 anni fa, ebbe fin da giovane una rampante carriera politica all’interno della Democrazia Cristiana. L’appellativo di picconatore gli viene da quando, presidente della Repubblica sul finire degli anni ’80, dichiarò in un’intervista televisiva di voler dare delle picconate al sistema politico, che a breve sarebbe stato coinvolto nei torbidi scandali di tangentopoli. Ma la fermezza, a volte anche controversa, fu senz’altro uno dei tratti peculiari della sua carriera politica, fin dai tempi delle rivolte studentesche del ’77, che spense, da ministro dell’interno con l’utilizzo delle forze dell’ordine – di cui fu un grande innovatore, creando i corpi speciali dei NOCS e del GIS – continuando per tangentopoli e sul caso Moro. Tuttavia quando Moro venne ucciso, Cossiga si pentì della linea dura e si dimise dal suo incarico. Uomo con tante luci, ma anche tante ombre, controverso come solo i grandi personaggi della politica riescono ad essere, non fuggì mai dai processi, e ogniqualvolta ci fosse una qualche responsabilità da prendersi, non si nascose mai. Titolare di due governi, ministro e sottosegretario, la sua figura, insieme a quella del compagno-rivale Giulio Andreotti, corre parallela alla storia della nostra nazione dal dopoguerra ad oggi, sopravvivendo al crollo della prima repubblica. Pur avendo contribuito molto alle fondamenta culturali del centrodestra italiano, nutrì una spiccata simpatia per il suo predecessore al Quirinale Sandro Pertini e per Massimo D’Alema, ed era lontano parente del rivale Enrico Berlinguer. Alla sfaldatura della DC e alla caduta del primo governo Prodi, il suo contributo alla creazione del governo D’Alema fu fondamentale. Curioso ricordare che, ironizzando sulla leggenda del cannibalismo comunista, regalò al novello presidente del consiglio un bambino di zucchero. Una mente fina, la sua, fatta di precoci successi scolastici – maturità a 16 anni e laurea già a 19 – e di quelle battute lapidarie e sagaci tipiche dei membri della Democrazia Cristiana. Questa precocità dovrebbe spronare i giovani che fanno politica a impegnarsi, dal momento che fu il più giovane sottosegretario, ministro, presidente del Senato e della Repubblica della storia. Un personaggio che verrà ricordato a lungo nella storia della politica italiana ed europea, Errori riconosciuti, altri no, l’amarezza e la sofferenza che solo la politica possono portare, ma anche tanto orgoglio, tanto talento e tanto lavoro duro, e soprattutto, tante picconate. Questo era Francesco Cossiga. Della sua figura si discuta pure, ma non oggi. Oggi se ne va un pezzo della nostra Repubblica.

Il ruolo storico di Gianfranco Fini


di Gianluca Sadun Bordoni

La crisi che si è aperta nel centro-destra ha una portata, e avrà delle conseguenze, più radicali di tutte quelle che l’hanno preceduta. Ogni paragone, anche quello con la rottura tra Berlusconi e Bossi nel ’94, è improprio, e non aiuta a comprendere lo scenario che ora si apre. La differenza fondamentale è che ora siamo alla fine, non all’inizio, del ciclo politico berlusconiano. Il che non significa sottovalutare le residue energie politiche di Berlusconi, ma l’accelerazione della crisi e la durezza dello strappo indicano che egli ha compreso che il tempo, ormai, lavora contro di lui. Gli indizi, del resto, andavano moltiplicandosi. I segni dello smottamento interno al Pdl erano ormai numerosi, al di là di Fini, al centro come in periferia. La crisi economica ha imposto una manovra impopolare, e ha sepolto qualsiasi velleità di riforme fiscali. Lo stesso cammino del federalismo – e quindi il rapporto con la Lega – appare irto di difficoltà impreviste. L’assedio delle procure non cessa, e l’appello al garantismo – caso Scaiola docet – appare spesso insufficiente. Alle grandi riforme ormai non crede più nessuno, nemmeno Berlusconi. Ora siamo al paradosso che si oscilla tra l’annuncio di grandi progetti di riforme costituzionali e l’ipotesi esplicita del voto anticipato! E proprio qui sta il punto. Siamo tra coloro che credono che Berlusconi punti al voto anticipato. Crediamo ciò sulla base di un ragionamento elementare: se Berlusconi ha deciso di rompere, in modo così plateale ed illiberale, con Fini, è perché non intendeva più tollerare quello che a lui appariva come un logoramento continuo della sua immagine di leader incontrastato, di dominus senza rivali del centro-destra. Il progetto del Pdl, come evidentemente lo intende Berlusconi, doveva significare il passaggio dalla ‘casa’ delle libertà, della quale egli era leader ma non padrone, al ‘popolo’ della libertà, di cui viceversa Berlusconi si considera il fiduciario assoluto (se non proprio il padrone). Troppi, invece, erano ormai i segnali che questa visione del Pdl, e della sua personale leadership, non erano più indiscusse. Ma se tutto questo è vero, allora è impensabile che Berlusconi accetti ora, per i prossimi mesi, un processo di logoramento costante del governo, affidato ormai ad una maggioranza sempre più incerta, e perciò costretto, se vuole sopravvivere, a negoziare su ogni questione politicamente rilevante: con Tremonti e la Lega, per ciò che attiene al rigore economico e al federalismo; con Fini e i finiani, per ciò che attiene a legalità e coesione nazionale; con il Colle e la Consulta, per i profili di costituzionalità delle leggi sulla giustizia e così via. Nonostante la grande incognita della Lega, è verosimile che Berlusconi abbia deciso di far saltare tutto, andando alla resa dei conti, prima che una possibile alternativa abbia il tempo di materializzarsi, o che la fronda interna si allarghi. Forse garantendo alla Lega l’attuazione del federalismo, dunque promettendo di attendere la primavera – sapendo però bene che essa appare al momento davvero lontana… Non è naturalmente detto che il piano riesca. Casini ha insinuato più volte che, se cade il governo, un altro si trova in dieci minuti. Il ribaltone non è però certo lo scenario favorito di chi crede nel bipolarismo, e solo circostanza particolari e gravi, per ora non visibili, potrebbero indurre ad appoggiarlo. Il nuovo gruppo parlamentare: “Futuro e libertà per l’Italia”, ha in tal senso giustamente garantito lealtà al governo che gli italiani hanno votato, almeno fino a quando il governo resterà fedele a se stesso e al programma per il quale è stato votato. Il battesimo politico del nuovo partito non può certo essere il ribaltone. Inizia dunque una difficile partita di nervi, in cui occorrerà stare attenti a non offrire pretesti di rottura al governo, specie su punti qualificanti del programma, ma in cui al tempo stesso sarà necessario difendere le ragioni che ci hanno indotti a questa difficile scelta politica, e lavorare alla costruzione di un diverso scenario, che muova dal presupposto che il ciclo politico berlusconiano è giunto alla fine. La chiave di volta di questo difficile esercizio consiste nel sottolineare le promesse non mantenute di Berlusconi: è lui, in fondo, a non aver rispettato il programma originario del centro-destra. E’ ormai chiaro, dopo quindici anni, che, con Berlusconi, le grandi riforme di cui il paese ha bisogno non saranno attuate mai. Occorre tuttavia essere consapevoli che la fine del berlusconismo potrà essere sancita solo dal responso delle urne. Berlusconi deve essere battuto sul campo di battaglia elettorale, e non attraverso giochi di palazzo. E sebbene non pochi sostengano il contrario, non possiamo dubitare che nel prossimo confronto elettorale Berlusconi e Fini saranno sui due lati opposti della barricata: non si capisce come chi è stato espulso dal Pdl per incompatibilità con i suoi principi, possa poi tornare ad esserne un alleato elettorale. La rottura, come l’ha voluta Berlusconi, è definitiva ed insanabile. Il ruolo storico di Fini è ora quello di porre fine al ciclo politico berlusconiano, aprendo una fase che possa condurre davvero alla Seconda Repubblica, promessa non mantenuta del berlusconismo. Occorre dunque lavorare alla costruzione di un nuovo orizzonte, che guardi oltre Berlusconi. Il che significa costruire un nuovo soggetto politico, ma anche una nuova coalizione. In tal senso, quelle convergenze che sarebbero sleali in uno scenario di ribaltone, potrebbero indicare una ragionevole fase di transizione politica se suffragate dal responso elettorale. E’ in altri termini possibile che la chiusura di questa fase comunque storica della vita politica italiana richieda un passaggio intermedio, che veda unite le forze democratiche e riformiste in un ‘patto repubblicano’, che assicuri una transizione non convulsa ad una nuova fase politica. L’architrave di questo patto repubblicano dovrebbe essere il progetto di una ‘legislatura costituente’, in cui forze anche diverse, nel perimetro del riformismo democratico, concorrano a ridisegnare quelle istituzioni, che Berlusconi continua a promettere – o minacciare – di cambiare, da quindici anni, senza esito alcuno. Una riforma organica, che abbia al suo centro l’elezione diretta del capo dello Stato, secondo il modello francese, come necessario riequilibrio del federalismo, e che naturalmente contempli una legge elettorale a tale modello conforme, ovvero maggioritaria a due turni. E’ un’ipotesi su cui, nel tempo, persino importanti leader della sinistra democratica si erano mostrati disponibili. Il varo di queste grandi riforme garantirebbe la nascita effettiva di quella ‘Seconda Repubblica’, che Berlusconi non è riuscito a partorire, e segnerebbe, con la forza di una cesura storica, la fine del ciclo politico berlusconiano. E’ questo il terreno della sfida. Fini ha varcato il Rubicone, e ora lo attende la battaglia politica più importante della sua vita.